Il pianto come richiesta di attaccamento – Parte VIII

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Il pianto come richiesta di attaccamento

Quindi, essendo il pianto la prima forma di richiesta di vicinanza da parte del bambino verso i genitori, la modalità con cui quest’ultimi risponderanno al pianto, concorrerà alla formazione della relazione di attaccamento all’interno della quale verranno date le risposte ai costrutti basilari ed il via alla formazione del costrutto sul pianto stesso. Possiamo ipotizzare un processo che inizia con:

1) il pianto (espressione di bisogni-vicinanza)
2) risposta da parte delle figure criterio al pianto
3) strutturazione della relazione di attaccamento
4) formazione dei costrutti basilari
5) strutturazione anche del costrutto sul pianto (quale tipo di pianto è accettato, a quale viene data risposta quando e se è permesso piangere ecc.).

In un’ottica rogersiana l’esperienza che l’individuo fa del suo piangere come espressione del suo sé organismico andrà a costituire, insieme alle altre esperienze, l’idea di un sé accettabile, amabile e degno di fiducia o a creare la discrepanza tra il sé percepito, il sé ideale, il sé organismico. Pertanto in terapia è importante prestare ascolto a questo “linguaggio liquido”. Come sostiene Migone “la psicoterapia, a ben vedere, è una grande metafora del “pianto al lieto fine”: il paziente, la maggior parte delle volte inconsciamente, viene in psicoterapia per cercare di ricreare quelle condizioni di sicurezza che gli permettano di ripercorrere e ricordare parti dolorose della sua vita, per parlarne con qualcuno, per rielaborarle e capirle meglio, per risolverne gli aspetti rimasti irrisolti e rivivere i sentimenti che non gli era stato permesso di provare, e così via; il paziente insomma spesso viene in terapia per “piangere“, ma altre volte anche per provare ad essere felice senza i pericoli che magari aveva temuto che in tal caso si avverassero” (Migone, 1993, p.56).
In base a quanto discusso ed alla mia esperienza clinica è possibile ipotizzare che in relazione alle reazioni delle figure criterio al pianto del figlio quest’ultimo imparerà quando, perché e se è possibile piangere. Si costruisce il costrutto legato al pianto. Si struttura la possibilità o meno di usare questa modalità espressiva caratterizzata da un doppio impatto: uno intrapsichico, gli effetti del poter piangere sul cliente (richiesta di empatia da parte di se stessi) e l’altro interpersonale (come modalità comunicativa): le risposte che il pianto genera negli altri (Hendriks et al., 2008; Nelson, 2005; Vingerhoets et al., 2000).
Il pianto, facendo parte dei comportamenti innati che elicitano l’attaccamento, trova il suo senso nella relazione IO-TU di buberiana memoria e ci parla del tipo di relazione che il cliente ha avuto con le figure criterio. Proprio in questa ottica Bowlby (1961) ha individuato nel bambino alcune modalità/fasi tipiche di risposta alla separazione dalle figure di riferimento alle quali sono associati specifici tipi di pianto che manterrebbero lo stesso significato relazionale (interpersonale) anche nell’adulto. Quindi, un terapeuta capace di accogliere, empatizzare e rimandare il senso profondo del pianto ed i relativi costrutti permette al cliente di procedere più a fondo ed efficacemente verso i sui costrutti basilari. Anche studi recenti hanno messo in evidenza il rapporto tra pianto ed attaccamento nel bambino e nell’adulto mostrando che negli adulti il pianto è elicitato da situazioni analoghe a quelle dell’infanzia, sopratutto separazioni e senso di vulnerabilità (Nelson, 2005).

A cura della Dott.ssa Letizia Pianforini-Tutti i diritti riservati

Dipinto: Fernand Khnopff

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