Aspetti emotivi della perdita del lavoro

triangoloKarpam

 

Riporto gli atti del mio intervento tenutosi a Firenze durante il Convegno nazionale Approccio Centrato sulla Persona “Gestire la crisi con l’Approccio Centrato sulla Persona” Firenze 24 – 25 maggio 2014.

La crisi: uno spaccato sulle modalità di reazione secondo una prospettiva individuale

I mutamenti politico-culturali avvenuti negli ultimi decenni hanno favorito uno sviluppo individualistico in quasi tutte le sfere sociali. In questo senso abbiamo assistito ad un cambiamento nell’interazione tra l’individuo e la società, soprattutto nel modo di esprimere le proprie emozioni. Gli individui hanno una profonda difficoltà a interagire con un TU sociale e molto spesso vivono se stessi come unico interlocutore sociale, ponendosi in tal modo nella condizione di vivere una dinamica che dovrebbe essere relazionale (IO-TU di Buberiana memoria) come individuale (IO-IO). La perdita del lavoro da parte delle fasce più deboli (over 40) conduce ad una diminuzione della congruenza, del potere personale, alla distorsione  della simbolizzazione. Questo processo porta la persona a reagire attivando internamente al sé (perché in assenza di un TU sociale) una variazione del triangolo drammatico di Karpman. Tale modello è stato elaborato dall’autore per descrivere alcune interazione interpersonali disfunzionali. Ovvero, le persone si posizionano alternativamente su di ruolo (vittima, salvatore, persecutore) elicitando nell’altro una risposta che lo situa in uno dei tre ruoli a sua volta.

La scelta di focalizzare questa riflessione sugli over40 è dettata dalla loro situazione di svantaggio in cui si trovano: respinti dal mondo del lavoro in quanto portatori di competenze ritenute dalle aziende obsolete, periodo della vita che porta inevitabilmente ad un bilancio esistenziale che dopo la perdita del lavoro appare privo di prospettive; assenza o scarse  politiche gratuite di riqualificazione, scarsi e poco allettanti incentivi economici per l’assunzione, sottovalutazione da parte delle istituzioni della portata del fenomeno.

Come prima reazione alla perdita del lavoro vi è la paura del venir meno di un progetto esistenziale gratificante, che spinge le persone ad una ricerca di qualcosa (di qualsiasi cosa) che possa rassicurarle paura che si esprime attraverso il bisogno di negare l’insicurezza diffusa, rifiutando di accettare gli eventi economico-sociali destabilizzanti poiché di fronte a questi si è impreparati, sorpresi ed impotenti. Tale negazione porta a comportamenti di ricerca di lavoro quasi ossessiva e non mirata. In tale chiave di lettura la persona assume la posizione del salvatore di sé stesso. In ottica rogersiana la persona prova a livello organismico paura di mettersi alla ricerca di un nuovo impiego perché questo può mettere in luce un suo fondamentale senso di inadeguatezza rispetto ad un mondo lavorativo molto mutato. Il timore di essere inadeguato è in contrasto con il concetto di sè e pertanto viene rappresentato nella coscienza in maniera distorta, come un sé grandioso. Si crea cosi una discrepanza tra il significato della situazione come è registrata a livello organismico (bisogno di accettazione sociale, sentirsi adeguato e di autostima) e come essa è rappresentata simbolicamente al livello della coscienza, in modo che non entri in conflitto con l’immagine che il soggetto ha di sé (persona lavorativamente competente e di valore). Per la persona ammettere di avere paura della propria inadeguatezza è in contraddizione con l’immagine di sé, mentre credere di avere il potere di trovare lavoro a breve e senza aggiornarsi, cieco di fronte ad una dura realtà di lavoratore over40, non è in contrasto con il concetto di sé.

Quindi, Nella posizione del salvatore la persona minimizza o nega il rischio di rimanere disoccupato nel migliore dei casi per un periodo medio-lungo, inizia una ricerca incessante di annunci di lavoro e una forte attività di autocandidatura spesso non mirata. Tale reazione di auto protezione, in realtà, non favorisce la crescita professionale perché impedisce, il contatto con il proprio potere personale. La frase comune in questa fase è. “io sono tranquillo, so come muovermi!”. Dal punto di vista emotivo questa reazione evita di sentirsi deboli e vittime fingendo di non avere bisogno, in realtà cerca di riscattare l’immagine negativa che ha di sé attraverso azioni meritorie (frenetica ricerca di lavoro). Il riconoscimento lavorativo, anziché complementare, diventa essenziale, ciò conduce a vivere il fallimento nella ricerca di un nuovo lavoro solo come una sconfitta personale. Questo risulta intollerabile e scatena, da un lato, la paura di non valere e di non essere riconosciuto proprio da chi avrebbe dovuto farlo e dall’altro rabbia verso il proprio interlocutore, il TU-Sociale vissuto come irraggiungibile. Pertanto, alla persona rimane come unica possibilità di sfogo quella di rivolgere la rabbia verso di sé, in una dinamica IO-IO. Tale processo psicologico fa si che la persona da salvatrice di sé stessa finisce per assumere il ruolo di persecuttrice di sé, per mettere ordine di fronte a tanta ingiustizia senza volto. In ottica rogersiana la persona sente al livello organismico rabbia, senso di inadeguatezza ed impotenza. Il sentirsi impotente e inadatto è in contrasto con il concetto di sé pertanto viene rappresentato nella coscienza in maniera distorta, con un atteggiamento di ipercritica e autosvalutazione (persecutore di sé): per la persona ammettere di sentirsi inadeguato ed impotente è in contrasto con l’immagine di sé, meglio sentirsi attivi autosvalutandosi (non in contrasto con l’immagine di sé) piuttosto che sentirsi inadeguati e impotenti (in contrasto con il concetto di sé). La persona inizia a tormentarsi autoaccusandosi e svalutandosi per fingere di non sentirsi impotente e fragile. Gli effetti che questo atteggiamento produce sono confusione e paura. Osservando da un punto di vista esterno, possiamo notare che quando il persecutore, si critica, si ferisce e mortifica, agisce proprio quei comportamenti che rimprovera al TU-Sociale e dai quali si difende. Da questa posizione di grande disagio psicologico si passa facilmente al sentirsi vittima

In ottica Rogersiana la persona prova a livello organismico una profonda paura di continuare a confrontarsi con la realtà economico-lavorativa perché potrebbe mettere in luce un suo fondamentale senso di inutilità e soprattutto la profonda paura del cambiamento (inteso come apprendimento di nuove competenze, cambio di mansione). Quest’ultima è in contrasto con il concetto che la persona ha di sé e pertanto viene rappresentato nella coscienza in maniera distorta, attraverso la credenza dell’inutilità di continuare a confrontarsi con il mondo esterno. Per tali persone ammettere di avere paura del cambiamento è in contraddizione con l’immagine di sé, mentre incolparsi in maniera vittimistica non lo è. La persona inizia a lamentarsi ed a non chiedere direttamente, in continua posizione d’attesa, di pretesa e rimane stupita ed offesa quando non vengono compresi i suoi bisogni inespressi (es. lei non capisce, io ho provato già a fare ciò che lei mi dice… Se uno non lo prova non può capire… Lei dovrebbe capirmi e sapere cosa fare.). In questa fase emerge il reale problema che caratterizza i lavoratori over40: la profonda paura del cambiamento. Infatti, prevale un senso di inutilità e di demotivazione che gradualmente depotenziano le risorse dell’individuo. Si amplifica il rimuginare ansioso sulle insidie dell’ambiente portando alla convinzione che appoggi significativi, non fondati sulle capacità possedute, è ciò che permette l’accesso al riconoscimento professionale altrimenti irraggiungibile. Come reazione a tale sentire, la persona si ritira dal mondo esterno indebolendo in modo profondo il contatto con la realtà lavorativa portando a perdere di vista la reale situazione di crisi economica oggettiva. Tale atteggiamento radicalizza il sentirsi vittima diventando ipersensibile nell’interpretare gli avvenimenti come congiure della sorte contro di sé, come ingiustizie solo nei suoi confronti.

Ipotesi di orientamento centrata sulla persona

E’ necessario così un forte sostegno orientativo centrato sulla persona in modo che le competenze possedute possano essere percepite e vissute e cessare di essere meri elenchi di uno sterile curriculum vitae. Solo un orientamento lavorativo in ottica di empowerment permette il riappropriarsi di ciò che Rogers[1] indica come il potere personale cioè la capacità di riconoscere i propri bisogni e di condurre un dialogo costruttivo tra le aspirazioni e la complessità delle persone e del mondo. Quindi, il lavoro di orientamento deve mirare al recupero alla capacità di dare a se stessi la possibilità di autorealizzarsi al meglio delle proprie potenzialità[2] e in relazione alla realtà socio-economica. Infatti, solo il rientrare in contatto con il potere personale, attraverso la facilitazione della congruenza, può portare alla percezione di ciò che è nel reale potere della persona di cambiare (acquisire nuove competenze ecc..) e ciò che invece è dovuto alla reale situazione di crisi economica. Come effetto di tale processo è possibile osservare il recupero della dialettica tra IO-TU-Sociale e l’interruzione del triangolo drammatico. Per riassumere: si tratta di un orientamento caratterizzato dal continuo tendere verso una maggior autoconsapevolezza, autoaccettazione promuovendo l’empatia situazionale e quindi un cambiamento nella modalità tipica di percepire il mondo del cliente a cui farà seguito un cambiamento comportamentale[3]. Occorre, attraverso le tre condizioni, far diminuire il senso di minaccia al sé attraverso permettendo la possibilità del cambiamento. Perché come afferma Conrad: “il lavoro non piace a nessuno – ma piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. La propria realtà, per se stesso, non per gli altri – ciò che nessuno altro potrà mai conoscere”.[4]

Nello specifico l’intervento orientativo in relazione alla dinamica del triangolo drammatico deve essere calibrato in base allo specifico ruolo assunto dal cliente.

Salvatore: deve essere facilitato a riprendere contatto con le emozioni di vergogna, paura e con il senso di inutilità, inadeguatezza e fallimento e soprattutto a ridare valore alla sua persona, piuttosto che alle sue azioni

Vittima: Occorre facilitare la persona a considerare se stessa a prescindere dalle risposte del mercato del lavoro ed a lavorare sulla congruenza, la simbolizzazione delle emozioni anche provando concretamente a mettere in atto azioni, stavolta mirate e calibrate sul reale profilo della persona. Occorre lavorare sul rendere più permeabile all’esperienza la persona in modo che possa mutare il rapporto negativo che ha con sé ed il mercato del lavoro, interrompendo il disinvestimento sociale. Lavorare su un doppio livello: 1) accogliere empaticamente la paura del cambiamento, il bilancio esistenziale vissuto privo di prospettive, 2) la comprensione, seppur incondizionata ed empatica, non deve cedere ad un atteggiamento che assecondi le frustrazioni perché giustificherebbe le paure profonde.

Persecutore: facilitarlo a simbolizzare l’alta dose di rabbia, ingiustizia e frustrazione attraverso l’empatia e l’accettazione positiva incondizionata da parte del consulente di orientamento, in maniera che tale modo di essere possa fungere anche da modello per il cliente e permetta di ritornare a rivolgere tali qualità verso sé stesso. Nello specifico si tratta di recuperare la capacità di accoglienza verso se stessi ed ad assumere con sé atteggiamenti di empatia utili a promuovere la capacità di lenire se stessi (Greenberg, 2001)

[1] C. Rogers On Personal Power”, Carl R. Rogers, Delacorte Press, New York, 1977; trad. italiana “Potere Personale”, Carl R.Rogers, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore. 1978.

[2] M. Bucci, I linguaggi dell’arte in tempo di crisi, Script Riflessioni – Febbraio 2013

[3] Rogers, 1957, Rogers, Kinget, 1965-66

[4] Conrad-Cuore di tenebra-Heart of darkness trad. Mauro Fissore, Edisco, Torino, 1998

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