Dipendenza affettiva e controdipendenza

Dipendenza affettiva: recensione del libro ‘Dipendenza e controdipendenza affettiva: dalle passioni scriteriate all’indifferenza vuota’

La dipendenza affettiva è una condizione che non ha ancora trovato pieno riconoscimento in nessuna classificazione ufficiale, ma che tante volte chi svolge attività clinica ha incontrato, portata dai pazienti più disparati.

Dipendenza e controdipendenza affettiva‘ è il titolo di un libro molto interessante, scritto da Massimo Borgioni e uscito per Alpes a settembre 2015.

Se già il titolo suscita interesse, ancor più interessante è il sottotitolo: ‘dalle passioni scriteriate all’indifferenza vuota‘. Ma iniziamo dall’inizio, appunto.

Il mio approccio terapeutico alla dipendenza affettiva si basa sull’Approccio Rogersiano e nello specifico lo schema di riferimento è possibile incontrarlo leggendo questo libro.  Leggiamo insieme una breve introduzione.  Dott.ssa Letizia Pianforini.

Cosa si intende per dipendenza affettiva?

La dipendenza affettiva è una condizione che non ha ancora trovato pieno riconoscimento in nessuna classificazione ufficiale, ma che tante volte chi svolge attività clinica ha incontrato, portata dai pazienti più disparati. Possiamo pensare che senza dipendenza affettiva non ci sarebbero state tante canzoni, tanti romanzi, e sicuramente tante poesie. Una forma di dipendenza affettiva è senza dubbio quella che Buzzati racconta in ‘Un amore‘ dove in sostanza troviamo un signore di mezz’età che ha sempre evitato ogni forma di relazione intima e che improvvisamente e catastroficamente si innamora di una giovane Adelaide; la fanciulla si sente autorizzata a fare il bello e il cattivo tempo, certa che il suo spasimante si farà andare sempre tutto bene pur di starle accanto. In uno dei dialoghi più rappresentativi, che ci aiuta a capire meglio il concetto, troviamo un’amica di Adelaide che interroga Antonio sui suoi sentimenti per la ragazza:

E tu che cos’eri per lei?

Io le ho voluto bene sul serio

Bene sul serio? Semplicemente te ne eri ammalato, ne avevi bisogno, hai fatto di tutto per averla, in modo bestiale ma l’hai fatto. Ma la consideravi una disgrazia, è vero o no che la consideravi una disgrazia?”

Era, una disgrazia”

E questo lo chiami amore? Ma l’hai fatta entrare nella tua vita? L’hai ammessa in casa tua? L’hai fatta conoscere alla tua famiglia?”

Queste sono assurdità”

Ecco, in queste poche righe troviamo già una bella mappa di che cosa sia la dipendenza affettiva. O almeno, una sua versione. La dipendenza affettiva è essere ammalati di qualcuno, è considerare una persona la causa e la cura della propria malattia, è sentire di non poter smettere ma di non poter continuare così. Qualunque cosa quel ‘così’ voglia dire. E già qui, ci risuona molto il rapporto che le persone con una tossicodipendenza hanno con la sostanza: sapere che ti fa male ma che non puoi farne a meno, e sapere anche che più andrai avanti così più la cosa peggiorerà e sarà difficile trovare un’alternativa.

 L’altro aspetto interessante è quello riportato dall’amica di Adelaide: “ma l’hai fatta entrare nella tua vita?” Sottointeso: no. Perché la dipendenza è anche questo: tenere qualcosa da parte, per una motivazione che racchiude sia la gelosia (per cui non vogliamo dividere l’oggetto della nostra dipendenza con nessuno), sia in parte la sensazione che in effetti qualcosa non sia del tutto limpido, che forse, nel caso della dipendenza affettiva, questa relazione non ci fa proprio tanto bene.

Una relazione che si configura come sostanzialmente scotomizzata dalla vita quotidiana, in cui non si parla di come è andata la giornata, ma si rimane altro da noi stessi, esseri astratti che si rapportano in un modo astratto e poco conciliabile con la quotidianità. Una dipendenza che diventa anche non integrazione, quindi, che non ci aiuta a vivere un’esistenza lineare e fluida, ma ci costringe a continui scatti per passare da una realtà all’altra.

Un’altra forma di dipendenza affettiva

Dicevamo però che questa è una delle diverse forme che la dipendenza affettiva può assumere. Accanto a questa versione, che senz’altro ben rappresenta l’amore scriteriato di cui parla Borgioni, abbiamo l’indifferenza vuota, che può risultare altrettanto devastante. Si tratta di una sorta di evitamento obbligato e compulsivo delle relazioni intime, guidato dal terrore di potersi scomporre e disgregare lasciando entrare un’altra persona nella nostra vita.

Allora visto che la serenità sta nel potersi rapportare a qualcosa in modo consono alla nostra volontà e alle nostre esigenze, possiamo pensare che la difficoltà (o addirittura la patologia) sia rappresentata tanto dall’abbuffare di una relazione, quanto dall’evitarla in modo spaventato. Come con il cibo, la soluzione alle abbuffate non sta nel digiuno, ma anzi questi comportamenti si configurano come due condizioni che componendo un’alternanza patologica si esacerbano l’una con l’altra.

Allo stesso modo, non è infrequente che le persone che hanno conosciuto una faccia della dipendenza affettiva oscillino poi nell’altro versante, quasi come una reazione estrema e disperata per allontanarsi da quello che ha fatto male. Così, capita di incontrare sia persone che dopo una relazione vissuta in modo scriteriato, appunto, si siano rifugiate nella sicurezza dell’indifferenza vuota, così come l’opposto, come è successo al nostro Antonio: persone che non si sono mai esposte a relazioni percepite come pericolose perché intime, e quando lo fanno si buttano in toto, chiedendo all’altra persona di prendere tutto e farne qualcos’altro. Di fare di loro stessi qualcos’altro, quasi a dire ‘salvami la vita!‘, emotivamente parlando. Ma purtroppo le cose non funzionano così, e spesso collocarsi negli opposti di un continuum porta agli stessi disastrosi effetti.

Dipendenza e controdipendenza affettiva’

La prima parte del volume è dedicata proprio alla definizione della Love Addiction e delle sue diverse forme. Uno dei primi aspetti sottolineati è che il dipendente affettivo fatica a concepire il cambiamento all’interno di una relazione, e ha la necessità di mantenere il rapporto in un’idealizzazione cristallizzata che non consente un suo adeguamento alla realtà dei fatti. Se è vero che la patologia dipende dalla rigidità degli schemi, in questo senso il dipendente affettivo si mostra rigido in uno schema relazionale, che lui non consente di modificare nel terrore che ogni cambiamento possa comportare una perdita dell’equilibrio e di conseguenza una frattura. Proseguendo, l’autore propone un’ipotesi sull’eziologia della dipendenza affettiva, che affonderebbe le sue radici per lo più nello stile di attaccamento.

Il secondo capitolo rappresenta senz’altro la sezione più interessante del libro, passando in rassegna le diverse tipologie di dipendenza affettiva.

La prima forma è quella che l’autore chiama ‘passivo-dipendente‘: si tratta di persone che hanno alla base la sensazione di non farcela da soli davanti alle difficoltà della vita e che cercano nel partner una forma di salvezza neanche tanto metaforica. L’idea è che da soli non ci se la fa, con il conseguente terrore costante di perdere l’altro e la relazione. Il dipendente delega tutta la propria felicità al partner, e a lui chiede di rimanere nella diade per sempre.

Mette in atto una costante svalutazione di sé e idealizzazione del partner, verso cui prova ammirazione mista a invidia e competizione, che facilmente emergono con comportamenti passivo-aggressivi. L’atteggiamento prevalente è, infatti, un’oscillazione continua tra la compiacenza dell’altro e forme passive di protesta, nell’aspettativa irrealistica che, dichiarando la sua completa impossibilità di badare emotivamente a se stesso, l’altro si preoccupi di accudirlo e sostenerlo.

La seconda forma di dipendenza affettiva è la ‘codipendenza‘, che solitamente ritroviamo nelle persone che tendono a legarsi a partner in evidente necessità. La codipendenza è forse qualcosa che si avvicina alla sindrome della crocerossina, nell’ottica del ‘grazie al mio amore un giorno guarirai‘. Va da sé che questo tipo di rapporto nasce sotto la stella dello squilibrio di potere e di risorse all’interno di un legame mediato esclusivamente dalla condizione di bisogno.

La contropartita dell’abnegazione con cui il codipendente si dedica al partner tossicodipendente o al compagno alcolista solitamente è la sensazione di essere unico e speciale, nella consapevolezza che senza di lui/lei, il partner non potrebbe farcela da solo. Una forma di narcisismo quindi? Può darsi. Sicuramente a caro prezzo. Anche perché non è insolito che persone che sviluppano per esempio una dipendenza da sostanze, una volta guarite decidano di tagliare tutte quelle relazioni che possono ricordare a loro stessi momenti di difficoltà e che possono richiamare un’idea di sé come debole e bisognoso.

In secondo luogo, una relazione con una persona in evidente stato di necessità può dare l’illusione di essere una relazione che durerà per sempre: se l’altro ha bisogno di me, non può lasciarmi. Per questo, può succedere che sia proprio il partner codipendente a sabotare più o meno esplicitamente i percorsi di cura del compagno in difficoltà, nell’ottica che mantenendo lo stato di necessità riuscirà a mantenere anche la loro relazione.

La terza forma è quella ‘aggressivo-dipendente‘, che porta in primo piano la componente maltrattante e addirittura violenta della dipendenza affettiva: questa persona vede il partner come figura su cui scaricare il fardello di rancore e frustrazione che può portare con sé da sempre o può aver acquisito in precedenti relazioni fallimentari, per una sorta di inversione di ruoli da vittima a carnefice. L’altra faccia della medaglia di questa continua aggressività è una sottostante svalutazione di se stessi, fatta di senso di colpa e autoaccusa, e appoggiata soprattutto su un’idea estremamente negativa di sé.

Sono quelle coppie che costruiscono la loro stabilità nella continua svalutazione dell’altro e nelle continue angherie, che si configurano come l’unico modo che i partner hanno di stare in relazione. In questo caso abbiamo una visione di sé come profondamente immeritevole di affetto e cattivo, e dell’altro come sbagliato e fallace.

La quarta e ultima configurazione di dipendenza affettiva proposta dall’autore è quella del contro-dipendente. A mio avviso, uno degli aspetti più interessanti e innovativi di questo volume è stata proprio la scelta di inserire anche questo aspetto nella rosa di dipendenti affettivi. Parliamo di persone che hanno risolto il proprio terrore dell’abbandono evitando puntualmente ogni tipo di legame intimo e rendendosi affettivamente indisponibili. Sono persone che hanno imparato molto presto a fare a meno del caregiver, e hanno capito anche che prima si diventa autonomi prima ci si può sottrarre da un possibile rifiuto o abbandono dell’altro. A causa di una disconferma e di un non riconoscimento dei propri bisogni da parte dei genitori, questi bambini hanno imparato che doveva esserci qualcosa di profondamente sbagliato in loro, e per evitare la vergogna che deriva da questa consapevolezza hanno semplicemente smesso di chiedere.

L’autonomia raggiunta è però solo fittizia, visto che gioco forza nessuno ha insegnato a questi bambini diventati adulti le competenze per poter fare da soli. Più che autonomi, quindi, si sentono in un equilibrio precario, che sicuramente non metteranno a rischio esponendo la propria emotività alla possibilità di essere mortificata o rifiutata dall’altro. Dietro all’illusione nucleare di non avere bisogno di niente e di nessuno si nasconde in realtà una problematica di dipendenza che semplicemente non è mai stata elaborata e resta lì irrisolta, esponendo la persona a rischio di dipendenza da una gratificazione compulsiva alternativa, come può essere la dipendenza da sostanze o da comportamenti a rischio.

Nei capitoli successivi del libro, l’autore affronta il legame tra dipendenza affettiva e dipendenza da sostanze, così come la presenza della dipendenza affettiva e il ruolo che questa può giocare nelle diverse professioni di aiuto. Infine, il volume si conclude con alcune note sul trattamento che tuttavia sono solamente preliminari, anche per la natura non ancora ben precisata della love addiction, che più spesso si identifica come modalità relazionale prevalente in pazienti che si presentano ai servizi per problematiche di altro genere.

Complessivamente, il libro di Borgioni si configura come un ottimo apripista di una problematica che ad oggi non è stata ancora ben delineata ma che sempre di più si presenta nell’attività clinica, richiedendo con urgenza un suo riconoscimento non solo all’interno di dinamiche di coppia, ma identificando la dipendenza affettiva anche come modalità preferenziale con cui le persone entrano in relazione con gli altri

Chiara Manfredi

No Comments Yet

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>